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Più di una volta mi è capitato di chiedermi: chissà quando, il mio bisnonno, ha intrecciato la sua prima corda.
Che giorno era? Quanto tempo ci ha impiegato? C’era il sole?
Era inverno o estate?
Quale tecniche o materiali ha utilizzato e a chi l’ha venduta?
Sono ormai tanti gli anni passati da quel giorno.
Settanta, anno più, anno meno.
Difficile raccontarli nel dettaglio, cosa che ci spinge sempre più a ripescare, dalla mente di mio padre, i ricordi più intensi e sinceri che hanno scritto questa storia. Una storia, che in un certo senso riguarda un po tutti noi come comunità nata e cresciuta “dal” mare.
Dagli anni 50, alla nascita delle prime barche a motore da poco più di 50 cavalli, per arrivare alle corde di 10 quintali di oggi, scappando al buio invernale e riparandosi dal caldo estivo.
Una tradizione tramandata nelle generazioni, che si è evoluta al passo con le necessita che il paese e il settore hanno richiesto.
Cosa mantiene intrecciato per tutto questo tempo, famiglie, metodo e territorio?
La passione per il proprio mestiere e il rispetto per chi, martoriato dal sole, ha rischiato di perdere le dita pur di sostenere la propria famiglia, rappresentano“l'anima di acciaio” di questa lunga fune.
Oltre a passione e sacrificio, c’è qualcosa in particolare che racconta al meglio tutto ciò. Un oggetto per l’esattezza.
La “Pigna”.
Gelosamente custodite da mio padre, le pigne servono a permettere che le diverse funi si intreccino con con un determinata regolarità attorno all’anima di acciaio.
Alcune arrivano a durare anche 30 anni, finche il legno costantemente levigato dalle funi, cede e crea le prime spaccature.
Sono dei semplici tronchetti di legno. Perché mio padre, una vola consumati e finiti, non li ha cestinati o utilizzati per ardere un fuoco? Me lo sono sempre chiesto..
Oggi ho la possibilità e l’onore di dare il mio contributo nella nostra azienda di famiglia, grazie ai consigli e alle dimostrazioni di mio padre su come produrre le nostre corde, come scegliere i materiali e come intrecciarli al meglio, confidandomi tutti i segreti del mestiere.
Così come suo padre ha fatto con lui.
Tanto ho imparato da loro in questi anni, e tanto ho sicuramente ho ancora da imparare.
Ma il consiglio più importante, probabilmente, è stato il più silenzioso, ed è appunto questa particolare affezione di mio padre, nei confronti di questo strumento di cui non vuole assolutamante disfarsi, che mi ha insegnato il “rispetto per chi è stato e quello che nel suo tempo ha dato”.
Cercheremo di tener viva la memoria della nostra corderia, soprattutto quella dei suoni primi 30 anni di vita. Una storia che descrive parte dell’identità del nostro paese, e che ci piacerebbe raccontarvi.
Perché un paese senza un passato, è un paese senza futuro.
Michele Palmi